L'algoritmo di Spotify potrebbe decidere che musica produrremo

Da un articolo su Linkiesta scritto da Hamilton Santià si evince che Spotify potrebbe influenzare in misura sempre maggiore la creazione e la produzione della musica. Qualche anno fa il mondo dei tecno-entusiasti delle infinite possibilità di queste nuove piattaforme hanno visto le loro certezze iniziare a vacillare dopo la pubblicazione di un articolo in cui Damon Krukowski — batterista della band di culto degli anni Ottanta Galaxie 500 e leader degli altrettanto di culto Damon & Naomi — squarciava il velo di maya sulla questione delle royalties e su quanti soldi effettivamente ci si poteva fare con Spotify, scrive Santià. Il titolo di quell’articolo, pubblicato non a caso da Pitchfork, diceva già tutto: making cents. Non è solo la riconfigurazione totale dell’intera catena di valore che si dà a un prodotto intellettuale, ma anche la confutazione provata dei teorici effetti benefici della coda lunga di Chris Anderson, per cui l’accesso alle più disparate nicchie di mercato anche non mainstream avrebbe generato benessere economico per tutti perché ogni nicchia avrebbe trovato un pubblico potenziale molto più ampio. In sintesi, l’articolo di Krukowski non dimostrava solo che con lo streaming ci si guadagnava noccioline, ma anche che le dinamiche di consumo erano uguali a quelle tradizionali: gli artisti di maggior successo continuavano ad essere i più ascoltati anche su Spotify.

Per guadagnare qualcosa dallo streaming, l’artista deve essere ascoltato in modo pervasivo e massivo. Pochi cents per milioni di ascolti sono comunque milioni di dollari. Ma i nomi che ne beneficiano sono sempre gli stessi. Nonostante la comunque immensa offerta discografica di Spotify, la maggior parte degli utenti non usa questa piattaforma come una estensione digitale di una propria potenziale collezione di dischi, ma come una radio. Si segue il flusso, si cerca di sintonizzarsi sulle stazioni più adatte all’umore del momento, si demanda al famigerato algoritmo il lusso della scelta. Le playlist sono sempre più frequentate, infatti: milioni di utenti che ogni giorno selezionano una stazione e ascoltano le canzoni scelte sulla base dei proprio gusti. Non è più solo una preferenza verso una fruizione più passiva, ma secondo il vice-responsabile delle vendite Brian Benedik si tratterebbe di "epicentri culturali, con comunità intere che le definiscono".

Milioni di persone che generano milioni di ascolti e quindi milioni di cents uno sull’altro per gli artisti. Il trucco, quindi, non sembra più scrivere un pezzo capace di essere ascoltato un po’ ovunque - il che comunque non guasta - ma produrre della musica che riesca a entrare nelle playlist. Se lo streaming è disegnato per favorire la quantità (quindi più un brano viene ascoltato, più verrà ascoltato) e le complesse sfumature dell’algoritmo favoriscono suoni e sensibilità sempre più simili fra di loro, allora potrebbe esserci il serio rischio di spingere produttori e artisti ad accelerare il processo di omologazione tipico della musica pop apposta per entrare dentro un flusso che può garantire un certo ritorno economico Non si tratta di rispettare fedelmente le istruzioni dei tutorial su YouTube che spiegano come scrivere una canzone di successo in poche semplici mosse. È una persuasione più occulta. Per certi versi più soft, ma al tempo stesso inquietante dal punto di vista creativo. Sempre Damon Krukowski, qualche mese fa, ha pubblicato su Pitchfork un secondo articolo in cui spiegava come l’età dello streaming comportasse una nuova responsabilità dell’ascolto. Se lo streaming è disegnato per favorire la quantità (quindi più un brano viene ascoltato, più verrà ascoltato) e le complesse sfumature dell’algoritmo favoriscono suoni e sensibilità sempre più simili fra di loro, allora potrebbe esserci il serio rischio di spingere produttori e artisti ad accelerare il processo di omologazione tipico della musica pop apposta per entrare dentro un flusso che può garantire un certo ritorno economico (e no, indietro ormai non si torna).

 

Se anche il pop mainstream ha sempre cercato di operare delle cesure e degli scarti rispetto alle norme, favorendo l’omologazione, sì, ma al tempo stesso portando anche significative innovazioni a livello produttivo e stilistico, oggi anche questo aspetto potrebbe venire meno. Se l’algoritmo standardizza il consumo e l’ascolto è sempre meno consapevole e responsabile, allora anche la produzione sarà in qualche modo votata al rispetto di determinati standard annullando la ricerca in favore di un suono del mondo sempre più simile a se stesso. Da anni gli algoritmi producono musica, e non è certo una novità discutere sulla natura delle piattaforme, il ruolo del potere degli algoritmi e la necessità di una produzione e un consumo più consapevoli. La deriva, però, potrebbe portare un’intera generazione di produttori, cantanti, musicisti a mettere in piedi in modo altrettanto inconsapevole e irresponsabile una muzak universale. Canzoni che cerchino espressamente la benevolenza dell’algoritmo per essere incluse nelle playlist più ascoltate e così determinare il successo o meno di una intera carriera. A modo suo, una nuova forma di culto cui ci si vota alla ricerca di un suono omologato e tutto uguale, una flatlandia sonora su base globale che conforta, viene riconosciuta, passa all’incasso e sparisce subito dopo. Inutile. Alla faccia dell’utopia della rete, della liberazione della conoscenza e le infinite possibilità della gratuità di un servizio.