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Come sopravvivere alla loudness war nel nuovo millennio

Kevin McHugh è un produttore di musica elettronica molto noto nel settore e si nasconde dietro a pseudonimi come Ambivalent e LA-4A. Ma esce tranquillamente allo scoperto quando c'è da discutere del processo di mastering  di un brano. Alle domande fondamentali su cosa sia veramente il mastering, fino alle tecniche specifiche utilizzate in questo processo, McHugh risponde con disinvoltura, la sua è una visione rivelatrice legata a una pratica ormai affascinante e chiacchierata. McHugh spiega che la musica oggi viene ascoltata in modo diverso e questo spinge artisti, etichette e ingegneri del suono, e soprattutto specialisti del mastering ad adattarsi, rivalutando la qualità e il valore della musica.

"Ho due etichette discografiche, la Delft e la Valence, ed entrambe pubblicano anche su vinile, oltreché su piattaforme digitali", spiega McHugh. "I meccanismi e gli ostacoli del finanziamento e della distribuzione di questi due percorsi sono una lunga e spaventosa storia da raccontare quasi ai nipoti davanti al caminetto: così ho pensato di condividere alcune delle cose che faccio nel processo tecnico prima che sia pubblicato".

 

E con McHugh ci si addentra al Manmade Mastering, stuidio specializzato appunto nel mastering.

 

"Innanzitutto, iniziamo con alcune cose basilari. Le scorciatoie sono ovunque ma non sempre funzionano. Si valutino attentamente pregi e difetti di una produzione a monte. Gli algoritmi? Pericolosi e controproducenti. La musica è fatta con orecchie umane e per le orecchie umane; per essere goduta, ballata, sognata e condivisa. Le basi quindi? Il processo di mastering ha costanti come EQ,  compressione, finalizzazioni e limitazione o massimizzazione spinta. Una volta che le tracce sono state trattate, i file destinati a un impianto di stampa di vinile ad esempio vengono preparati con un taglio ad hoc. Se fosse facile fare mastering? Non avremmo bisogno di un mastering engineer, semplice. Il mastering tuttavia è più una scienza che un'arte".

Quando ha una versione pronta per il mastering, McHugh prepara i file digitali per gli ingegneri preposti. "Preferisco usare i file a 24-bit, 44.1 kHz, poiché c'è molto più spazio disponibile a 24-bit che a 16-bit, e come si può notare, nella headroom il fattore principale è la loudness".

L'espressione loudness war (o loudness race), in italiano traducibile in guerra del volume, si riferisce invece alla tendenza dell'industria musicale a registrare, produrre e diffondere musica, anno dopo anno, con livelli di volume progressivamente più alti, per creare un suono che superi in volume i concorrenti e le registrazioni dell'anno precedente.

 

Come sopravvivere alla loudness war? "Aspettando che scompaia. Con questo in testa, comunque, io non uso alcuna compressione sul bus del master per realizzare il mio mixdown. Questo è importante, perché un file compresso non può essere ulteriormente elaborato. Quando non ci sono headroom a zero, hai eliminato tutte le opzioni e l'ingegnere specializzato in mastering non può più aiutarti. In sintesi, segui le sue istruzioni e invia i file, non compressi, a 24 bit, con un picco compreso tra -6 e -3 dB. Io preferisco mixare la mia musica tramite unità di missaggio analogiche, perché l'ulteriore spinta del guadagno, oltre a dare un margine extra per canale, risulta un vantaggio"