"Rischio e Desiderio", un libro per non dimenticare

L’estate del 2015 è stata caratterizzata dall’ennesimo allarme sociale indirizzato ai giovani, alle droghe e al mondo della notte. Un giornalista ha scritto un libro che è lo spaccato del clubbing di oggi. E non solo.

 

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Il 19 luglio 2015, a seguito del decesso di un ragazzo minorenne deceduto dopo una serata passata nella discoteca più famosa d’Italia, il Cocoricò di Riccione, moltissimi media nazionali hanno contribuito alla creazione di un dibattito intenso quanto, in molti casi, superficiale riproponendo per l’ennesima volta a distanza di anni l’associazione: giovani-discoteca-sballo-droga.

 

Pierfrancesco Pacoda di questo ha scritto un libro: un viaggio nel mondo della notte tra giovani, droghe, eccessi e divieti: "Rischio e Desiderio" (collana: NFC Edizioni; formato: 14x21 cm; pagine: 132; € 11,90 ISBN: 9788867260737). L'intervento di Pacoda è quasi  in tempo reale, nel dibattito in corso, e dà voce diretta ad alcuni protagonisti del mondo della notte. Giovani, club culture, droghe, musica, prospettive e stato delle cose sono state le linee guida per un lavoro che intende creare un’opportunità di confronto in grado di allargare il campo e coinvolgere più voci possibili in una questione perennemente attuale.

Il libro contiene interventi di: Luca Agnelli, Stefano Bertoletti, Renato Bricolo, Lucia Chiavari, Claudio Cippitelli, Fabrizio De Meis, Marie Di Blasi, Federica Gamberale, Nicola Lagioia, Michele Marangi, Principe Maurice, Leonardo Montecchi, Maurizio Pasca, Pier Pierucci, Edoardo Polidori, Micaela Zanni, Cristiano Zuccher.

Pierfrancesco, perché “Rischio e Desiderio” e perché questo titolo?

"‘Rischio e desiderio’ perché sono a mio avviso i due poli tra i quali si sviluppa il rapporto che i ragazzi oggi hanno con il clubbing. Da un lato l’aspirazione a consumare voracemente la notte, a viverne le passioni, il suo senso del mistero, il suo essere, ogni volta, l’occasione per un ‘viaggio’, dall’altro la voglia di accettarne i rischi, di sfidare la ‘normalità’, di avere una rapporto dinamico e non formale con gli eccessi. È naturale, è l’essenza stessa delle cosiddette culture giovanili".

Mai pensato di fare una disamina anche sulle condizioni all'estero?

"Per fare un lavoro simile sull’estero ci vorrebbe una competenza e una conoscenze di quello che avviene nei diversi paesi che solo chi vive e lavora lì può avere. In realtà volevamo, e avevamo chiesto, dei contributi dall’estero, in particolare alle organizzazioni che lavorano sulla riduzione del danno alla Parade di Zurigo, ma non c’erano i tempi. Sarà per un nuovo volume".

Perché i media associano i giovani e le loro droghe alla club culture? 

"Perché i club sono i luoghi di aggregazione per eccellenza per i ragazzi  oggi, e quando parlo di club faccio riferimento  non solo alle discoteche, ma a tutti gli spazi dove si balla, dai disco bar ai rave. Non dimentichiamo che i primi rave in Inghilterra furono i luoghi più amati dai pusher per testare sul mercato l’appena arrivata in Europa  extasy. Certo questo non ha aiutato nella percezione generale del fenomeno. Ma sarebbe sin troppo facile dire che le discoteche valgono qualsiasi altro posto dove i giovani si incontrano per quel che riguarda la diffusione delle droghe".

Perché la musica da discoteca deve fare sempre i conti con una cultura antigiovanile?

"Perché la cultura dominante  è di per se antigiovanile. Perché i club sono luoghi dove si è sviluppata, dalla disco in poi, quella che i sociologi definiscono una ‘subcultura’, che ha in se tensioni opposte a quelle dominanti. I club sono nati come spazi di ribellione, di innovazione sociale".

Ogni musica, o almeno ogni genere musicale, ha una sua droga? È vero questo?

"Secondo me è una generalizzazione, diciamo che, nel corso degli anni c’è stata una diffusione maggiore di un tipo di droga legato a un periodo determinato delle culture giovanili. Oggi, anche nelle droghe, come nel resto, è tutto mescolato.  Quello che è cambiato, purtroppo, è l’approccio dei più  giovani alle droghe. Oggi le sostanze, specie quelle chimiche, si assumono con preoccupante leggerezza. Come se fossero parte dell’intrattenimento. In questo senso il marketing criminale ha funzionato benissimo. E la percezione che i ragazzi hanno delle pastiglie, così carine e colorate, è come di un oggetto innocuo, che fa parte dl ‘kit’ del divertimento serale. Ed è questa mentalità che bisogna combattere".

Quali collegamenti ci sono con “Riviera Club Culture”, il tuo precedente libro?

"'Riviera Club Culture' era un libro diverso. Lì volevo raccontare e storicizzare un periodo, dalla seconda metà degli anni '70 ai '90, durante i quali la riviera romagnola era il centro assoluto della nighclubbing internazionale, grazie a una serie di fortunati accadimenti, non ultima la presenza sulla scena notturna di una meravigliosa generazione di imprenditori illuminati, tra quali è doveroso ricordare Gianni Fabbri del Paradiso. Allora  i club diedero carta bianca a tanti ragazzi appassionati di musica e di arte che  trovarono nelle discoteche i posti dove sviluppare il loro linguaggio. Il libro era un omaggio a una stagione meravigliosa della quale si stava perdendo la memoria".

Quale responsabilità hanno i dj? Potrebbero sensibilizzare il proprio pubblico? 

"Sicuramente i dj dovrebbero impegnarsi in prima persona, sono dei ‘role model’ per i ragazzi e conoscono queste situazioni meglio di tutti. Quello che io auspico è una stretta collaborazione tra le istituzioni e chi lavora nei club, i gestori e i dj. E spero che il libro possa favorire questa relazione".

 

 

Pierfrancesco Pacoda è studioso, giornalista e si occupa principalmente di stili di vita e culture giovanili. È autore di numerosi libri tra cui "Riviera Club Culture" (NdA press 2012).

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